Dare voce all’elettorato intermedio, né di sinistra e né di destra, implica che sia adottta una combinazione di coraggio e generosità. La scadenza delle elezioni europee  presenta il conto fin d’adesso.

L’epilogo mantiene ancora una zona d’ombra. Tutto finito dalle parti di Calenda e Renzi, sebbene incomba sulle dichiarazioni ultimative la forza delle circostanze. Calenda è sembrato da stamane il più determinato a mettere la parola fine sulla esperienza del Terzo Polo. Non ha sentito ragioni, soprattutto perché, quelle di Renzi, sono state esemplari per ambiguità e circospezione: difficili da ingoiare anche per stomaci robusti. In questi casi, nel mezzo di un balletto di frasi a doppio senso, basta un nonnulla per far scattare la voglia di mandare tutto a carte quarantotto.      

Infatti Calenda ha reagito a muso duro: “Matteo Renzi farà il suo percorso: fine. Rimarremo, io spero, negli stessi gruppi parlamentari a fare l’ottimo lavoro che stiamo facendo. Però sono due partiti distinti, fanno una alleanza sui temi se è il caso, ma non sono lo stesso partito. Rimangono due partiti separati di cui uno ha la mia leadership ed uno ha la leadership di Matteo Renzi”. Tutto chiaro? Fino a un certo punto. È che la forza delle circostanze, come detto prima, impone una soluzione che lascia frastornati. Ci si divide, ma per restare uniti in Parlamento. Non è il massimo della chiarezza.

Dare voce all’elettorato intermedio, sempre più sofferente dentro lo schema bipolare e perciò riottoso a mettere piede nel campo della sinistra o della destra, implica che sia adottta una felice combinazione di coraggio e generosità: da un lato, infatti, chiunque se ne faccia interprete, deve togliere all’impresa il carattere di un avventura solitaria, essendo necessario un coraggioso investimento sulla coralità di voci e contributi; dall’altro, proprio perché l’elettorato attende il salto di qualità di una politica fatta di valori e scelte concrete, occorre mostrarsi quanto più possibile aperti e generosi, senza pretendere in contraccambio una qualsiasi gratificazione che non sia quella di sentirsi a casa propria.

Se mancano questi requisiti, la proposta politica fatica a prendere forma. Si affloscia e cade, come un aquilone senza vento. E il vento non c’è, fuor di metafora, perché i personalismi pretendono di occupare tutta la scena pubblica, tutto il mondo della comunicazione, tutti gli spazi del confronto politico. Bisogna prendere atto che l’orizzonte della nostra “Terza Forza” – dicitura, questa, più consona alla sensibilità e tradizione del cattolicesimo democratico – evidenzia l’urgenza di un soprassalto di volontà e di aspirazioni, con metodo decisamente nuovo. Siamo chiamati a uno sforzo di rigenerazione ideale e politica, lasciando da parte le illusioni e le fantasmagorie degli individualismi. La scadenza delle elezioni europee del prossimo anno presenta il conto fin d’adesso, perché arrivare impreparati alla meta sarebbe una sciagurata dimostrazione d’irresponsabilità.